MEDEA

Il personaggio di Medea è trattato da due autori greci: Apollonio Rodio, nel III a.C., ed Euripide nel IV a.C. .

Questi scrittori trattano Medea in modo molto differente. Ciò accade perché prima di tutto le loro due opere appartengono a generi letterari diversi, in secondo luogo perché la loro stesura risale ad epoche relativamente lontane, e per finire perché la stessa Medea è descritta in momenti distinti della sua vita.

Infatti nel poema "Le Argonautiche" di Apollonio Rodio si narra l’avventura intrapresa dall’eroe Giasone, il quale parte alla volta della Colchide per conquistare il vello d’oro. Per riuscire nell’impresa egli è costretto a superare tre prove, nel superamento delle quali l’aiuto dato da Medea, innamoratasi dell’eroe greco, è determinante. In questo poema Medea viene descritta quindi nella sua giovinezza. Lei è la donna nell’animo della quale s’insinua l’amore per l’eroe bello venuto da lontano. La sua passione per Giasone le provoca dolore ed afflizione, poiché ella teme per la vita di lui.

Nel terzo libro del suo poema Apollonio Rodio ce la descrive così: "Lacrime di pietà sgorgavano dai suoi occhi, ed un dolore la tormentava dentro senza tregua, consumandole le carni, intorno ai nervi sottili e fin sotto l’estremo tendine del capo, dove più crudele penetra l’angoscia, quando gli instancabili Amorini tempestano l’anima di pene" ( III vv.761-765 ).

Invece Medea descritta da Euripide nell’omonimo componimento è già una donna matura. La tragedia è infatti ambientata a Corinto, dove Medea e Giasone vivono coi loro figli dopo essere già ritornati dalle avventure vissute nella Colchide. Si narra la vendetta operata da Medea nei confronti di Giasone, poiché egli vuole ripudiarla per sposare la figlia del re di Corinto. Medea decide di uccidere la rivale ed il padre di lei con del veleno e di trucidare i suoi stessi figli, fuggendo poi dalla città.

L’accoglienza riservata dal pubblico a questa tragedia, quando essa fu messa in scena per la prima volta ad Atene nell’agone tragico che si teneva ogni anno nella città e che metteva a confronto i principali drammaturghi ateniesi, non fu entusiastica. Infatti si classificò soltanto terza. Il problema da essa sollevato era però reale nella Grecia antica. Gli uomini potevano ripudiare la moglie con una relativa facilità, invece le donne, che pure avevano formalmente questo diritto, non potevano di fatto applicarlo, poiché, a differenza dei loro mariti, andavano incontro a discredito pubblico e a scandali che finivano per emarginarle dalla vita civile. Inoltre non era possibile per loro opporsi a questo stato di cose. Non a caso nella tragedia di Euripide a scagliarsi contro lo status quo non è una donna greca, ma è Medea, una maga di origini divine e reali, proveniente dall’Oriente.

Inoltre Medea stessa è una donna eccezionale. Tutta la tragedia è costruita sull’originalità del suo carattere. Ella, come sottolineato del resto da Apollonio Rodio, è una donna estremamente passionale, ed aggiunge a questa passionalità una vasta cultura ed una profonda astuzia. Tutti questi elementi la rendono una donna temibile. Lo stesso re di Corinto, in un passo della tragedia, le dice: "Io ti temo", e poi aggiunge: "sei sapiente ed esperta di sinistre arti". Non bisogna poi dimenticare che Medea è una straniera in Grecia, lontana dai suoi parenti, e che questa sua solitudine le reca un grande sconforto. Citando un suo monologo: "Io sono sola al mondo, senza patria, e il mio marito mi oltraggia".

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