PERCHÉ

    by Debora D’Andrea

    i'm writing

    Avevo otto anni, e non è che fossi semplicemente felice. Ero felicissimo, esaltato, toccavo il cielo con un dito, vedevo la vita come un dono, quasi uno di quei bei giocattoli nuovi che si trovano sotto l'albero di Natale. Non che non avessi problemi: qualcuno c'era, si sa, di quelli che può avere un bambino di otto anni, ma c'era anche sempre qualcun altro che riusciva a farmi guardare oltre......

    Quando lo conobbi Alessio aveva nove anni, due più di me, ed io lo guardavo giocare con i più grandi, mentre da solo cercavo qualcosa da fare, visto che nessun gruppo di bambini mi voleva con sè.

    Era un bel quartiere, il mio, tutto pieno di vita, di quella gioia e allegria che portano i più piccini con le loro grida, i loro giochi.... Già, certe volte sapevano rendere allegro persino quello scorbutico del piano di sopra; per questo mi sarebbe piaciuto giocare con loro, anche se non ci ero mai riuscito.

    Ma un giorno, ricordo che era di novembre, mentre gironzolavo solitario per le stradette, incontrai Alessio. Avevo quasi paura di guardarlo in faccia o di salutarlo: lui era grande. -Mi sembri un ragazzo in gamba- mi disse, fermandosi e squadrandomi con due occhi penetranti. -Come ti chiami? Io sonno Alessio- -Mi chiamo Paolo- risposi titubante, ma un po' rassicurato dal suo fare cordiale. Quel pomeriggio, lo passammo tutto a parlare di noi, di come eravamo e di quello che ci piaceva. -Sai, a me non piace l'inverno- mi disse a un tratto. -Non mi piace perché ci sono pochi fiori, ed io amo i fiori-. Come facesse un ragazzino così forte e sicuro di sè, come appariva lui, ad amare delle cosucce delicate come i fiori di primavera, me lo sono chiesto tante volte; come del resto anche perché abbia deciso di essermi amico ("noi siamo amici, sì, noi siamo amici") nonostante l'incomprensione da parte degli altri ("gli altri sono stupidi, sono piccoli, non dargli retta: tu sei più di loro, sì, tu sei più"), anche questo me lo sono chiesto spesso ("perché?"). Sta di fatto che davvero da quel giorno in poi la mia vita cambiò: niente più stare a guardare gli altri che giocano con un sorriso malinconico sulle labbra, niente più abbassare gli occhi quando passano i "grandi", insomma, tutto rivoluzionato! ("Ti vedo bene, Paolo, sei in forma ultimamente"). Alessio stava sempre con me, anche se gli altri bambini lo prendevano spesso in giro ("lui sta con un perdente" "No, non sei un perdente"), ma voleva dimostrare a quei "neonati", come li chiamava lui, che io valevo di più, e che erano loro che non sapevano prendermi. Piano piano cominciò ad insegnarmi dei trucchetti, soprattutto per giocare a calcio o a nascondino, ed io lo seguivo attentamente, quasi con devozione, mentre "spiegava" ("Impari in fretta, l'avevo detto che sei in gamba"). E così continuammo per giorni e giorni, aggregandoci ogni tanto ai gruppetti di bambini che prima mi escludevano a priori, e che ora, se pur dicendo che ero ancora troppo lento e che non sapevo giocare, comunque mi accettavano con loro. Così anch'io passavo le giornate a rendere il mio bel quartiere pieno di quella vita che solo noi più piccini sappiamo portare. La sera ci si sedeva tutti in cerchio a parlare, ma spesso io ascoltavo senza mai poter dire la mia; allora Alessio mi portava via di lì, e parlava lui con me, mi diceva che gli altri non erano abbastanza maturi ("Tu sei più di loro") e che di lì a poco, grazie al suo aiuto, sarei stato io a non dar loro la possibilità di ribattere alle mie affermazioni.

    Il "di lì a poco" durò quasi sei mesi: fu all'inizio dell'estate, infatti, che cominciai a far vincere sempre la mia squadra, a fare per primo "tana" ed a partecipare con interesse alle "discussioni serali". Ma nonostante tutto, la maggior parte degli altri ragazzini continuava a dire che non ero abbastanza bravo, e che se sapevo un po' giocare ed avevo qualche buona idea nella zucca, lo dovevo soltanto ad Alessio; il quale, al sentire queste parole, accennava ad un sorriso "da adulto" e poi si estraniava dal discorso. ("Perché? Perché non mi arrabbio a queste affermazioni? Forse perché sono vere? Forse è così. Forse io non sono capace di pensare da solo tutte le belle idee che mi mette in testa lui. -Tu sei più di loro-. E poi, perché lui sorride in quel modo strano e non gli dice che sono più di loro? Perché? Forse perché lui è più di me")

    Comunque sia, mi ero fatto dei nuovi amici ("Grazie alla mia o alla sua superiorità?), anche se naturalmente la maggior parte del mio tempo la dedicavo a lui ("O forse lui a me?"): mi aiutava sempre, qualunque problema avessi, dal più stupido al più serio; e mancava solo una cosa perché potessi toccare il cielo con il dito, e non sfiorarlo soltanto con la punta dell'unghia: avevo otto anni, e volevo un cane. Non mi sembrava di chiedere molto, del resto quasi tutti i bambini di quell'età sognano un amicone a quattro zampe; ma la mia famiglia si oppose decisamente ("I grandi ci rompono sempre le uova nel paniere a noi piccoli") ed io ci rimasi veramente male. Alessio notò il mio stato d'animo e mi promise che avrebbe convinto i miei a darmi ciò che desideravo. Sebbene fossi un po' scettico ("No, Ale, io li conosco quelli: quando si mettono un'idea in testa non gliela leva neppure il Padreterno"), le sue parole convincenti mi fecero pensare che magari avrebbe avuto più argomenti di me per far cambiare idea alla mia famiglia ("Forse perché lui è più di me"). Così, com'è, come non è, un freddo pomeriggio di dicembre mio padre mi portò al canile per scegliere quale dei suoi "ospiti" volessi prendere con me ("Su forza, fa' presto prima che ci rinchiuda te, in questo posto").

    Cesarione era quello giusto. Quando vidi per la prima volta i suoi occhi scuri ed il suo mantello nero e lucido, lo vidi già rotolare nella neve con me, chiedermi di mangiare, correre per la casa con mia madre che ci urlava dietro. Così lo portai a casa, convinto di doverlo strappare agli abbracci dei miei fratelli: ma non dovetti fare invece alcuna fatica, perché questi non si entusiasmarono affatto alla vista del mio nuovo amico e si limitavano ad affermare che era bello ed a guardarmi in modo strano. Poi capii perché.

    Il giorno dopo Alessio passò a chiamarmi, ma io non andai con lui ("Senti, non sto bene, e poi devo lavare Cesarione"), forse un po' anche per quello che mi aveva detto mia madre il giorno precedente. Non che le avessi dato retta più di tanto: come potevo credere che Alessio li aveva convinti a prendermi un cane con le minacce? Che loro invece l'avessero fatto per tenermi lontano da lui, bè, questo lo potevo benissimo credere ("Voi lo odiate, lui non ha fatto niente di male, anzi, mi ha sempre aiutato!" "Ma perché, perché l'ha fatto, secondo te? Rispondi! Perché? Te lo dico io perché: lui e la sua famiglia di delinquenti ti hanno preso di mira, e tu devi stargli alla larga, è chiaro? Alla larga!").

    Ma come, come potevo stare alla larga da lui, che aveva dedicato tutto il suo tempo ad un perdente, e l'aveva trasformato in una persona sicura di sé? ("Perché? Perché devo stargli alla larga? Non è giusto, e non lo farò"). Comunque, sta di fatto che da quel giorno in poi furono molti i pomeriggi che passavo con Cesarione trascurando Alessio.

    Lo facevo senza cattiveria, quasi senza accorgermene, non volevo ferirlo, ma l'entusiasmo di quest'altro nuovo amico che dà senza chiedere molto, che non discute sui valori della vita ("A otto anni non riesco mica a capire che cosa significano tutte queste belle cose, Ale! Forse quando anch'io ne avrò dieci come te....") mi portava a stare di più con lui ("Forse ci sto meglio; o forse è solo l'entusiasmo per le cose nuove. E poi io mica non ci sto più con Alessio! Forse solo un po' di meno, ma quante storie fa!"). Tuttavia, nonostante tutte queste difficoltà, il nostro rapporto non si era guastato: quando ci vedevamo era sempre tutto come prima, o quasi, perché cominciavo a notare uno strano atteggiamento da parte sua. Ma non avrei mai pensato che sarebbe potuto succedere quello che effettivamente poi accadde.

    Quando la mattina del 7 febbraio Cesarione fu trovato riverso di fronte al mio portone, davanti ad una ciotola di biscotti con uno strano odore, credevo che non mi sarebbe potuto succedere niente di più brutto in tutta la mia vita. Che dovevo fare? Sì, certo, lasciare Alessio "ai suoi sporchi inganni" era stato facile: era bastato dirglielo. Ma poteva bastare non sentire tutte le sue storie, tutte le sue negazioni e le sue spiegazioni per credere che davvero lui avesse potuto farlo? Per non dubitare? Poteva bastare? Ci ho provato mille volte a rispondermi di sì. Ma questo "provarci" non significava convincermi. ("Perché avrebbe dovuto fare una cosa del genere a me? Ma perché era geloso, ovviamente! E non gli importava dei miei sentimenti, no, non gli importava.... neppure quando gli altri dicevano che ero bravo solo per merito suo gli importava se io ci stessi male o no, l'importante era che tutti riconoscessero la sua superiorità, e non la mia, come invece voleva farmi credere! E certo, ora è tutto chiaro: lui mi ha migliorato solo per soddisfazione personale! Non l'ha fatto per me, per dimostrare quanto io valessi, ma per dimostrare quanto lui fosse bravo a migliorare le persone. E come se non bastasse, voleva anche che io ragionassi come lui, al suo livello: ma come potevo io a otto anni! Lui a otto anni non sapeva ancora neanche parlare. La verità, la verità è che io, IO sono più di lui, e lui non merita me!").

    Così tutto il mio dolore, la mia rabbia, il mio rancore e la mia insicurezza furono riversati nella spavalderia con cui mi pavoneggiavo insieme ai miei "nuovi amici" ("Ma perché sono amici miei? Grazie a me, oppure grazie al cambiamento che Alessio ha attuato in me?"). Spesso anche Alessio mi vedeva, e quando me ne accorgevo tiravo fuori tutta la sicurezza che non avevo mai avuto e gli dimostravo come stavo bene senza di lui ("Perché? Diamine, perché? Perché sto così male?!"). Finché un giorno di maggio i miei "amici" vollero dimostrarmi quanto bene mi volessero: andammo giù alla ferrovia, portando con noi alcune bottiglie di birra ("Perché siamo grandi"). Alessio bazzicava spesso da quelle parti, e quindi non mi meravigliai di trovarvelo anche allora. Mi sentivo oppresso da lui, i suoi occhi mi squadravano come il primo giorno che ci eravamo incontrati ed io cominciai a bere, bere ("Tu sei più di loro, Paolo"), e a bere ("Non sei un perdente"), e bevevo ancora ("Forse perché lui è più di me"), e ancora ("Alla larga!"), e poi ancora ("Perché? Perché....")........... Le urla, un fischio la luce, una spinta, la bottiglia rotta, il sangue... ("Ohi, la mano!")..

    -Perché non mangi, Paolo?- -Perché non parli?- -Perché non mi dici niente?- -Paolo, perché non ridi mai?- -Perché?- -Perché?- Perché......

    Perché.

    Nessuno si è mai chiesto PERCHÉ' io sto qui, con questo ago nel braccio, ed invece i suoi occhi penetranti ora sono chiusi e lui è coperto di fiori, di quegli stessi fiori che gli piacevano tanto.



    Teneramente "Tender" con i Blur

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